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Il Manifesto

The following review of Diamanda's performance in
Rome (Jan 2005) was borrowed from
http://www.delfinierranti.org/diennea/defaultDiennea
.asp?sez=30&id=2256

This originally appeared in Il Manifesto

Diamanda Galąs a Roma
Un'artista che rompe i confini. Un appuntamento imperdibile per seguire la "Divina Strega".


Il buio si addice a Diamanda. Č raro vedere un palcoscenico di Auditorium tanto buio. Come quando ci canta lei, Diamanda Galįs. La divina strega. La strega pietosa. L'ossessa del dolore e della morte. La straordinaria voce della violenza, della malattia, della nostalgia straziata. E dell'esilio. Il tema di questo suo recital nella sala grande del Parco della Musica per la serie It's wonderful dell'Accademia di Santa Cecilia. It's wonderful vuol dire: i concerti di musiche che non rientrano nell'alveo accademico. Ci saranno Steve Reich il 24 febbraio - lui, a dire il vero, ha conquistato le Accademie di tutto il mondo da parecchi anni, ma a Santa Cecilia considerano «profano» il suo verbo minimalista, e forse č meglio cosģ - e poi il solito Goran Bregovic l'8 marzo. Scena buia, quindi. Clima di estrema drammaticitą. Diamanda si accompagna al pianoforte: poche note scabre, semplici figure ripetute nel registro grave, si direbbe dettate da una cultura blues profonda. C'č in ogni canzone una nota-lamento che per Galįs funziona come avvio. Splendidamente emessa, con potenza e maestria grandiose. Eppure diventa rapidamente «sporca», alterata. Quella nota viene prolungata per un tempo che sembra interminabile, parte pura, profonda, dal profondo, e si trasforma in grido strozzato, in gorgoglio viscerale.

Poetica dell'eccesso? Galįs da sempre vi č implicata. Da quando si univa a improvvisatori radicali, post-free (vedi l'album If Looks Could Kill con Jim French e Henry Kaiser, Metalanguage, 1979), e i suoi vocalizzi indemoniati erano suoni liberi, ben dentro la logica della musica d'avanguardia senza tonalitą e senza strofe definite e circoscritte. Oppure quando veniva scelta da Vinko Globokar, compositore e trombonista, altro campione della passione crudele, sonora e scenica, per interpretare la parte di una donna turca arrestata e torturata in Un jour comme un autre (Festival di Avignone, 1979). Ora tutto il lavoro fervido, acceso, sofferto che fa per capire ed esaltare e «snaturare» la sua voce (bellissima, fascinosissima), per rivelare la risonanza nella voce del suo sguardo indignato sul mondo, prende la forma di melodie cantabilissime, che restano tali anche se c'č il grido, la modulazione verso un che di totalmente corporeo (oltre l'«educazione» musicale della voce, negatrice della corporeitą se non come ginnastica costrittiva delle corde vocali e del diaframma).

Ma la corporeitą di Diamanda č tutta risolta nella voce, in concerto s'intende. Nonostante la sua ostentazione di un'immagine assai teatrale, le unghie lunghissime, il trucco da sciamana sensuale. Non muove che la bocca, in scena. Non risponde agli applausi alla fine di ogni canzone, non cambia di una virgola la posizione che ha assunto fin dall'inizio: seduta al piano, la testa un po' in avanti verso il microfono che raccoglie la sua voce calda/lacerata/violentata. Diamanda č un corpo-voce e nessuno si sognerebbe di chiederle altro o di pił, tutti sentono che quella voce č corpo, interamente, concretamente, che quella musica č corpo in maniera prepotente, anzi eccessiva e assoluta.

Songs of Exile č il titolo del concerto. Poeti esiliati come Cesar Vallejo o Paul Celan o Gerard de Nerval o del guerrigliero salvadoregno Miguel Huezo Mixco per i testi, quasi sempre Diamanda Galįs per le musiche. E il tono č magnificamente monocorde, i tempi tutti lentissimi: per quei bassi della voce che sono una meraviglia ma lei non te li lascia godere in pace (propone altri godimenti, altri turbamenti), subito li dilata e li deturpa in maniera mirabile. Per cantare il dolore, le ferite, la protesta pił estrema.
(da Il Manifesto)