Il Manifesto
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Diamanda's performance in
Rome (Jan 2005) was borrowed from
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in Il Manifesto
Diamanda Galąs
a Roma
Un'artista che rompe i confini.
Un appuntamento imperdibile per seguire la "Divina Strega".
Il buio si addice a Diamanda. Č raro vedere un palcoscenico
di Auditorium tanto buio. Come quando ci canta lei, Diamanda Galįs.
La divina strega. La strega pietosa. L'ossessa del dolore e della
morte. La straordinaria voce della violenza, della malattia, della
nostalgia straziata. E dell'esilio. Il tema di questo suo recital
nella sala grande del Parco della Musica per la serie It's wonderful
dell'Accademia di Santa Cecilia. It's wonderful vuol dire: i concerti
di musiche che non rientrano nell'alveo accademico. Ci saranno Steve
Reich il 24 febbraio - lui, a dire il vero, ha conquistato le Accademie
di tutto il mondo da parecchi anni, ma a Santa Cecilia considerano
«profano» il suo verbo minimalista, e forse č meglio cosģ - e poi
il solito Goran Bregovic l'8 marzo. Scena buia, quindi. Clima di
estrema drammaticitą. Diamanda si accompagna al pianoforte: poche
note scabre, semplici figure ripetute nel registro grave, si direbbe
dettate da una cultura blues profonda. C'č in ogni canzone una nota-lamento
che per Galįs funziona come avvio. Splendidamente emessa, con potenza
e maestria grandiose. Eppure diventa rapidamente «sporca», alterata.
Quella nota viene prolungata per un tempo che sembra interminabile,
parte pura, profonda, dal profondo, e si trasforma in grido strozzato,
in gorgoglio viscerale.
Poetica dell'eccesso? Galįs da sempre vi č implicata. Da quando si univa
a improvvisatori radicali, post-free (vedi l'album If Looks Could Kill
con Jim French e Henry Kaiser, Metalanguage, 1979), e i suoi vocalizzi
indemoniati erano suoni liberi, ben dentro la logica della musica
d'avanguardia senza tonalitą e senza strofe definite e circoscritte.
Oppure quando veniva scelta da Vinko Globokar, compositore e trombonista,
altro campione della passione crudele, sonora e scenica, per
interpretare la parte di una donna turca arrestata e torturata in Un
jour comme un autre (Festival di Avignone, 1979). Ora tutto il lavoro
fervido, acceso, sofferto che fa per capire ed esaltare e «snaturare» la
sua voce (bellissima, fascinosissima), per rivelare la risonanza nella
voce del suo sguardo indignato sul mondo, prende la forma di melodie
cantabilissime, che restano tali anche se c'č il grido, la modulazione
verso un che di totalmente corporeo (oltre l'«educazione» musicale della
voce, negatrice della corporeitą se non come ginnastica costrittiva
delle corde vocali e del diaframma).
Ma la corporeitą di Diamanda č tutta risolta nella voce, in concerto
s'intende. Nonostante la sua ostentazione di un'immagine assai teatrale,
le unghie lunghissime, il trucco da sciamana sensuale. Non muove che la
bocca, in scena. Non risponde agli applausi alla fine di ogni canzone,
non cambia di una virgola la posizione che ha assunto fin dall'inizio:
seduta al piano, la testa un po' in avanti verso il microfono che
raccoglie la sua voce calda/lacerata/violentata. Diamanda č un corpo-voce
e nessuno si sognerebbe di chiederle altro o di pił, tutti sentono che
quella voce č corpo, interamente, concretamente, che quella musica č
corpo in maniera prepotente, anzi eccessiva e assoluta.
Songs of Exile č il titolo del concerto. Poeti esiliati come Cesar
Vallejo o Paul Celan o Gerard de Nerval o del guerrigliero salvadoregno
Miguel Huezo Mixco per i testi, quasi sempre Diamanda Galįs per le
musiche. E il tono č magnificamente monocorde, i tempi tutti lentissimi:
per quei bassi della voce che sono una meraviglia ma lei non te li
lascia godere in pace (propone altri godimenti, altri turbamenti),
subito li dilata e li deturpa in maniera mirabile. Per cantare il dolore,
le ferite, la protesta pił estrema.
(da Il Manifesto)