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Italy

Diamanda Galas - Ferrara 13 giugno 2004

Un concerto in esclusiva per l’Italia, quello relativo all’ultimo lavoro in studio della cantante greco-americana (Defixiones: Will and Testament; 2004, Mute). Il Teatro Comunale di Ferrara, la location scelta da Diamanda Galas -una delle più fascinose dive dell’Undergournd newyorkese degli anni ‘80-, si riempie fin nel terzo anello dei loggioni; l’atmosfera che si respira è quella delle grandi occasioni.

Il palco è una sorta di caverna oscura e mistica, se confrontato con i pastelli sgargianti delle decorazioni a stucco della platea. C’ è il pianoforte sullo sfondo, immerso in un’elettrostatica luce blu spiovente dall’alto, e due leggii in primo piano. Tre candelabri accesi dietro il piano completano il quadro scenografico. Pare che tutto voglia richiamare una solenne simbologia numerica legata al numero Tre, che voglia quasi alonare la rappresentazione di un’aura religiosa.

La nera silhouette di una Diamanda avvolta da un vello scuro di staglia nel buio torbido del palco, nella sua stasi impenetrabile. Movenze lente, catartiche, da sacerdotessa della tenebra, la portano al primo leggio, a sinistra. Nell’aere stupefatto e quasi scioccato del Teatro si levano a questo punto sterminati mantra vocali (in armeno, a rendere memoria del genocidio perpetuato dalla popolazione Turca tra il 1914 e il 1923), fatti di terrificanti saliscendi di note, sovracuti assordanti, suoni lunghissimi pregni di armonici che arrivano a sconquassare ogni padiglione auricolare. Tutt’intorno si leva una cupa e tenebrosa soundscape di percussioni tribali e fasce sonore da sabba demoniaco, mentre un misterioso gas luciferino viene sparso per il Teatro, a completare l’immolazione delle ideali vittime sacrificali.

Ci sono lunghi andirivieni dal leggio al piano, a significare l’andamento lento e inesorabile delle efferatezze più truculente, un rito pagano dove improvvisa con prodigioso dinamismo filastrocche sataniche risolte in soliloqui fatti di struggenti vocali allungate e deformate. La concentrazione sovrumana di questa sposa dell’Eternità la porta a modificare il suo registro canoro dalla lirica di soprano indemoniato al falsetto sardonico da strega, al declamato, alle agghiaccianti urla da bestie al macello, al viraggio alle regioni più gravi. Queste lunghe suite non sono altro che sconnessioni tra elementi tra loro contrastanti -voce, registrazioni della stessa in loop, delay, echi e riverberi a costituire così una sorta di coro virtuale, soundscapes, percussioni, improvvisazioni di piano-, e messi assieme con fare cacofonico. Ma che poi acquistano una logica fortissima e scioccante, un senso che esula dall’avanguardia fine a sé stessa.

E’ un’alba di luce nera, questa volontà di rappresentazione della Galas, come testimoniano quegli assoli impressionanti (con evidenziazioni agghiaccianti dei crescendo dell’arrangiamento in sottofondo), dal travaglio del palco centrale con i due microfoni usati in sincrono come l’ambiguità malvagia dell’uomo moderno, al sortilegio pianistico che porta finalmente l’artista al secondo leggio, l’altra sponda. Laddove è pronunciata la sentenza finale, la benedizione-maledizione -“The world is up in flames”-, dove la grottesca babele di miscele linguistiche (armeno, greco antico, ebraico, inglese declamato) si accoppia mostruosamente con il tribalismo sempre più insistito, con i luccicanti giochi di luce proiettati sullo sfondo, e con la gestualità di Diamanda che assume sempre più i toni di sacerdotessa del cosmo.

La seconda parte dello spettacolo è più convenzionale e rassicurante. Spariscono i lunghi brani senza soluzione di continuità, per lasciare il posto a brani di più corto respiro costituiti dalla voce accompagnata dal solo pianoforte. Diamanda torna in scena non più avvolta dal vello ma da un intrigante vestitino nero da vamp trasognata, intonando free improvvisation, honky-tonk demoniaci, flamenco depravati e perversi. Sono storielle relativamente semplici e accessibili ma ugualmente efficaci -nebbiose e oscure-, forti di un canto da chanteuse dannata, isterica, drogata e di una prodigiosa tecnica strumentale: il piano è una trottola impazzita di note gravi, ma poi scarnificato, trafitto e messo in croce, è un Debussy già agonizzante che riceve ancora le angherie vampiriche dell’artista. Questa seconda parte ha il pregio di mettere in luce la Diamanda Galas più libera e disinibita, felice –quasi- di inventare i suoi madrigalismi più fantasiosi, di contrapporsi amleticamente al tono austero e impalpabile della prima parte con uno stile più materico e un suono denso e sanguigno. Il pubblico apprezza grandemente il suo discorso, le sue potenti impaginazioni di voce e strumentazione eclettica. E applaude, per dei buoni minuti.

Show ostico e quasi trascendente, dalle mille sfaccettature artistiche. Forse si è trattato di un lungo incubo, forse di un macabro palinsesto teatrale, un cerimoniale urgente di una donna dalla profonda sensibilità umana e poetica. O forse di un’irripetibile performance di una delle più geniali artiste degli ultimi 15 anni.

 

Michele S.

di filippo michelini | 21/06/2004